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Discorso sugli Italiani: la nostra storia, le nostre domande, i nostri problemi

Ultimo Aggiornamento: 14/08/2007 18.47
10/08/2007 20.22
 
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Jacopo da Lentini




Giacomo da Lentini (conosciuto anche come Jacopo da Lentini) - «Jacobus de Lentino domini imperatoris notarius»: così si firma in un documento messinese del 1240 il funzionario della corte di Federico II che Dante poi chiamerà il "Notaro" per antonomasia (vedi Divina Commedia, Canto XXIV Purgatorio, 56).

Si conoscono altri atti da lui sottoscritti in varie città del meridione d'Italia. Purtroppo non si hanno sulla sua vita che pochissime informazioni.

Fu probabilmente lo "Iacobus de Lentino" comandante del castello di Garsiliato (Caltanissetta), nominato in un documento dell'aprile 1240.

Al "Notaro" si attribuiscono 16 canzoni di vario schema, 22 sonetti (egli è considerato l'inventore di questa forma strofica); 2 dei sonetti sono in "tenzone" con l'Abate di Tivoli, uno risponde a Jacopo Mostacci. Si deve alla sua iniziativa la rivisitazione in lingua volgare dei temi e delle forme della poesia provenzale, dando così inizio alla lirica d'arte italiana.

È considerato il "caposcuola" dei rimatori della cosiddetta Scuola siciliana, ruolo che gli fu assegnato da Dante (Purg. citato) e che trova riscontro nella collocazione delle sue Canzoni in apertura del Canzoniere Vaticano latino 3793. Nel De vulgari eloquentia è citato per una sua canzone che viene portata quale esempio di uno stile limpido e quanto mai ornato. I suoi componimenti coprono un arco temporale che va dal 1233 al 1241.

La corte di Federico II, nei ristretti termini cronologici in cui essa si colloca, rappresentò il modello letterario che più si staccava da quelli sino ad allora erano rappresentati nel resto dell'Italia. Il panorama letterario, era dominato soprattutto dai nobili che vi facevano ingresso perché tali. Nella Corte di Federico, l'apporto letterario fu dato dai Suoi amministratori.

È proprio questa novità, che vede nascere figure come Jacopo da Lentini, Rinando d'Aquino, Pier delle Vigne, Guido e Oddo delle Colonne, Giacomino Pugliese, Jacopo Mostacci, l'abate Tivoli, ed altri ancora, nonché lo stesso Federico ed i figli. Nella Magna Curia, Jacopo ricopre il ruolo di Notaro dal 1233 al 1240 circa, uniche testimonianze di quest'attività all'interno della Corte federiciana, risalgono ad una lettera che egli scrisse al papa Gregorio IX, di suo pugno. La sua attività letteraria all'interno della Corte lo porta ben presto a rappresentarne il massimo esponente. Dante nella Divina Commedia, lo designa il Notaro poeta per antonomasia.

L'attività di Jacopo e della Scuola Siciliana, s'impronta sulla poesia d'amore. Si narrano solo ed esclusivamente temi amorosi, in cui il rapporto tra uomo donna è quello cortigiano, ossia, la donna (il signore) e l'uomo (suo fedele).

Nei loro scritti la donna assume tutti i valori, mentre, l'uomo innamorato-vassallo proclama la propria indegnità e nullità. La poesia di Jacopo e della Scuola, di cui egli ne é l'elemento trainante, ha in se grossa retorica, ed è modellata sui motivi della lirica provenzale, codificando anche le strutture metriche della canzone aulica, della canzonetta popolaresca, del discorso e soprattutto del sonetto, di cui se ne attribuisce a lui l'invenzione.

Nella lingua in cui gli illustri della Scuola scrivono, si riscopre un siciliano colto depurato dagli elementi troppo municipalizzanti e idiomatici, che rappresentarono, invece, per i poeti siculo-toscani motivo d'esclusione da parte di Dante. Jacopo da Lentini, decanta l'amor cortese, alla sua donna, con grande originalità e creatività, utilizzando il sonetto con grande ingegno.

Nella sue liriche il Notaro, analizza l'amore come vicenda interiore, con grande acutezza psicologica, conservando in se un grande senso di prodigio. Di Jacopo, purtroppo si hanno poche notizie, la sua attività svolta all'interno della Magna Corte, oltre quella amministrativa, rappresentò per il Regno, un momento di rinascita culturale della Sicilia, tanto che per le successive generazioni, erano "degni" del magistero dell'arte poetica.

A Jacopo va, altresì, attribuita l'istituzione della forma metrica del sonetto, che ormai si fa risalire a una stanza di canzone isolata, anziché, come vorrebbe una teoria meno accreditata, alla fusione di due strambotti. I suoi temi si raccolgono intorno a un sentimento amoroso cantato con vaga freschezza, con un gusto musicale limpido e sorgivo(come nel sonetto Meravigliosamente), pur nelle reminiscenze e nelle ripetizioni di moduli e strutture provenzali. Così, se il famoso sonetto Amore è un desio che ven da core, può essere considerato essenzialmente una dichiarazione di poetica nell'ambito di una derivazione provenzale, altrove Jacopo sa trovare più personali accenti per il suo trepido e gioioso canto d'amore (si veda in particolare il sonetto Io m'agio posto in core a Dio servire).


Madonna dir vo voglio


Madonna, dir vo voglio / como l'amor m'à priso, / inver' lo grande orgoglio / che voi bella mostrate, e no m'aita. / Oi lasso, lo meo core, / che 'n tante pene è miso / che vive quando more / per bene amare, e teneselo a vita. / Dunque mor'e viv'eo? / No, ma lo core meo / more più spesso e forte / che no faria di morte - naturale, / per voi, donna, cui ama, / più che se stesso brama, / e voi pur lo sdegnate: / amor, vostra 'mistate - vidi male. / Lo meo 'namoramento / non pò parire in detto, / ma sì com'eo lo sento / cor no lo penseria né diria lingua; / e zo ch'eo dico è nente / inver' ch'eo son distretto / tanto coralemente: / foc'aio al cor non credo mai si stingua; / anzi si pur alluma: / perché non mi consuma? / La salamandra audivi / che 'nfra lo foco vivi - stando sana; / eo sì fo per long'uso, / vivo 'n foc'amoroso / e non saccio ch'eo dica: / lo meo lavoro spica - e non ingrana. / Madonna, sì m'avene / ch'eo non posso avenire / com'eo dicesse bene / la propia cosa ch'eo sento d'amore; / sì com'omo in prudito / lo cor mi fa sentire, / che già mai no 'nd'è quito / mentre non pò toccar lo suo sentore. / Lo non-poter mi turba, / com'on che pinge e sturba, / e pure li dispiace / lo pingere che face, - e sé riprende, / che non fa per natura / la propia pintura; / e non è da blasmare / omo che cade in mare - a che s'aprende. / Lo vostr'amor che m'ave / in mare tempestoso, / è sì como la nave / c'a la fortuna getta ogni pesanti, / e campan per lo getto / di loco periglioso; / similemente eo getto / a voi, bella, li mei sospiri e pianti. / Che s'eo no li gittasse / parria che soffondasse, / e bene soffondara, / lo cor tanto gravara - in suo disio; / che tanto frange a terra / tempesta, che s'aterra, / ed eo così rinfrango, / quando sospiro e piango - posar crio. / Assai mi son mostrato / a voi, donna spietata, / com'eo so' innamorato, / ma creio ch'e' dispiaceria voi pinto. / Poi c'a me solo, lasso, / cotal ventura è data, / perché no mi 'nde lasso? / Non posso, di tal guisa Amor m'à vinto. / Vorria c'or avenisse / che lo meo core 'scisse / come 'ncarnato tutto, / e non facesse motto - a vo', isdegnosa; / c'Amore a tal l'adusse / ca, se vipera i fusse, / natura perderia: / a tal lo vederia, - fora pietosa.

Amore è un desio che ven da' core

Amore è uno desi[o] che ven da' core
per abondanza di gran piacimento;
e li occhi in prima genera[n] l'amore
e lo core li dà nutricamento. 4

Ben è alcuna fiata om amatore
senza vedere so 'namoramento,
ma quell'amor che stringe con furore
da la vista de li occhi ha nas[ci]mento: 8

ché li occhi rapresenta[n] a lo core
d'onni cosa che veden bono e rio
com'è formata natural[e]mente; 11

e lo cor, che di zo è concepitore,
imagina, e [li] piace quel desio:
e questo amore regna fra la gente. 14



Chi non avesse mai veduto foco

hi non avesse mai veduto foco
no crederia che cocere potesse,
anti li sembraria solazzo e gioco
lo so isprendor[e], quando lo vedesse. 5
Ma s'ello lo tocasse in alcun loco,
be·lli se[m]brara che forte cocesse:
quello d'Amore m'à tocato un poco,
molto me coce - Deo, che s'aprendesse!
Che s'aprendesse in voi, [ma]donna mia, 10
che mi mostrate dar solazzo amando,
e voi mi date pur pen'e tormento.
Certo l'Amor[e] fa gran vilania,
che no distringe te che vai gabando,
a me che servo non dà isbaldimento.


Io m'aggio posto in core a Dio servire

Io m'aggio posto in core a Dio servire,
com'io potesse gire in paradiso,
al santo loco, c'aggio audito dire,
o' si mantien sollazo, gioco e riso. 5
Sanza mia donna non vi voria gire,
quella c'à blonda testa e claro viso,
che sanza lei non poteria gaudere,
estando da la mia donna diviso.
Ma non lo dico a tale intendimento, 10
perch'io pecato ci volesse fare;
se non veder lo suo bel portamento,
e lo bel viso e 'l morbido sguardare:
che·l mi teria in gran consolamento,
veggendo la mia donna in ghiora stare.



Meravigliosa-mente

Meravigliosa-mente
un amor mi distringe
e mi tene ad ogn'ora.
Com'om che pone mente 5
in altro exemplo pinge
la simile pintura,
cosí, bella, facc'eo,
che 'nfra lo core meo
porto la tua figura. 10
In cor par ch'eo vi porti,
pinta come parete,
e non pare difore.
O Deo, co' mi par forte.
non so se lo sapete, 15
con' v'amo di bon core;
ch'eo son sí vergognoso
ca pur vi guardo ascoso
e non vi mostro amore.
Avendo gran disio 20
dipinsi una pintura,
bella, voi simigliante,
e quando voi non vio
guardo 'n quella figura,
par ch'eo v'aggia davante: 25
come quello che crede
salvarsi per sua fede,
ancor non veggia inante.
Al cor m'ard'una doglia,
com'om che ten lo foco 30
a lo suo seno ascoso,
quando piú lo 'nvoglia,
allora arde piú loco
e non pò stare incluso:
similemente eo ardo 35
quando pass'e non guardo
a voi, vis' amoroso.
S'eo guardo, quando passo,
inver'voi no mi giro,
bella, per risguardare; 40
andando, ad ogni passo
getto uno gran sospiro
ca facemi ancosciare;
e certo bene ancoscio,
c'a pena mi conoscio, 45
tanto bella mi pare.
Assai v'aggio laudato,
madonna, in tutte parti,
di bellezze c'avete.
Non so se v'è contato 50
ch'eo lo faccia per arti,
che voi pur v'ascondete:
sacciatelo per singa
zo ch'eo no dico a linga,
quando voi mi vedite. 55
Canzonetta novella,
va' canta nova cosa;
lèvati da maitino
davanti a la piú bella,
fiore d'ogn'amorosa, 60
bionda piú c'auro fino:
«Lo vostro amor, ch'è caro,
donatelo al Notaro
ch'è nato da Lentino».
[Modificato da Bag End 10/08/2007 21.02]
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"I always hope for the best. Experience, unfortunately, has taught me to expect the worst."
Elim Garak DS9

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